Dissesto idrogeologico: è davvero una priorità in Italia?

Il maltempo che sta segnando questi giorni di passaggio tra ottobre e novembre è naturalmente diventato oggetti propaganda politica, che di nuovo parla di priorità per quanto riguarda la manutenzione del territorio. Una storia che si ripete da anni immemori, sin dai tempi del forte abusivismo edilizio che non è cessato. Analizziamolo meglio, cercando anche di capire che cosa si intenda per dissesto e rischio idrogeologico.

Non si gioca col fuoco, e neanche col terreno

Stanno facendo molto parlare in questi giorni i discorsi di esponenti politici di tutti i colori senza distinzione che vedono negli ennesimi disastri causati da questo anomalo maltempo una nuova possibilità per cercare di rafforzare il loro consenso tra i cittadini. È normale, la politica si basa anche su questo, ma diciamo che in questo caso non si sta facendo nulla di originale. Succede ogni volta che capitano calamità naturali – dai terremoti alle alluvioni – che tali esponenti invitino a riflettere sulle condizioni del territorio, promettano importanti interventi di sistemazione e riqualificazione, ordinino (ma solo a parole) al demolizione di edifici pericolanti, abusivi, non a norma eccetera.

Non è quindi un’esclusiva del nuovo governo, ma una storia che si ripete senza peraltro portare dei risultati. Infatti, guardando i dati più seri che si trovano pubblicati ogni anno sulle migliori e più affidabili testate (visto che ogni anno il problema puntualmente si ripresenta) si nota come tutte queste nobili intenzioni che da più di vent’anni vengono proclamate da questo o quel partito non sono mai state portate avanti, anzi. L’abusivismo edilizio è un problema serio nel nostro paese, specialmente in alcune regioni gli edifici edilizi arrivano a toccare oltre il 70% del totale degli edifici (potrebbe quasi sembrare strano trovare un Friuli-Venezia Giulia che ha solamente il 3% degli edifici realizzato in maniera abusiva).

Immobili che il più delle volte non seguono le norme anti-sismiche, anche perché sono molto vecchi e che sono realizzati con materiali altamente tossici, quali l’amianto e l’eternit. E anche quando vengono emanate delle ordinanze, che sono a carico del potere regionale, per abbattere edifici abusivi e vecchi, fino a più del 90% delle volte tale ordinanza non viene eseguita, e quegli edifici vengono lasciati lì spesso abbandonati o occupati a loro volta abusivamente, e a rilasciare sostanze altamente inquinanti nella nostra aria, che in questo modo continua ad essere tra le peggiori del continente europeo.

Il risultato? Edifici che crollano in Liguria, in Campania e in quelle regioni dove il rischio o dissesto idrogeologico sono molto elevati e su cui costruire senza criterio non fa altro che peggiorare la situazione. Ma cos’è questo rischio idrogeologico? Andiamo a capirlo.

Una terra continuamente attiva

La conformazione naturale della regione italiana – ovvero quella zona geografica che comprende Italia, San Marino, Vaticano e anche alcune parti di Francia, Svizzera, Austria e Slovenia – è particolarmente variegata in quanto ad ambiente, clima e paesaggio che quindi comportano tante diverse condizioni idrogeologiche le quali fanno sì che per ogni area vada studiata e prestata una singola e specifica attenzione al terreno e ai rischi che lo caratterizzano. Queste diverse condizioni geologiche, idrografiche e geomorfologiche rendono molto alto il dissesto idrogeologico. E per questo, anche nella totale assenza si abusivismo edilizio, non saremmo esenti dal leggere o ascoltare notizie di frane e alluvioni con conseguenti danni a persone e cose perché si tratta di una condizione naturale. Ma, come accennato, si possono limitare i danni con un corretto comportamento costruttivo e gestionale.

Guardando ai numeri, notiamo che i dati raccolti dall’ISPRA (sigla per Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) vedono il 16% del territorio italiano e l’88,3% dei comuni interessati caratterizzati da un medio, alto e molto alto grado di pericolosità idrogeologica che, attenzione, non è sinonimo di rischio.

Per pericolosità si intende, infatti, la probabilità che si verifichi un dato evento naturale in una specifica zona geografica. Il rischio, al contrario, indica i potenziali danni che quell’evento naturale può causare in quella specifica zona geografica. Ci sono quindi aree geografiche che sono caratterizzate anche da un alto livello di pericolosità idrogeologica e quindi da alluvioni e frane, aree che però non presentano un altrettanto elevato rischio idrogeologico vuoi per l’assenza di interventi edilizi dell’uomo o di impianti, vuoi perché questi interventi sono realizzati intelligentemente.

A completare il quadro, bisogna aggiungere a pericolosità e rischio anche la quantità degli elementi a rischio e la loro vulnerabilità in maniera che il calcolo del rischio viene fatto moltiplicando tra loro pericolosità, elementi a rischio e vulnerabilità. Essi non sono da sottovalutare o considerare come singoli fattori, ma indicano esattamente i tre parametri su cui si può intervenire per limitare e abbassare il rischio idrogeologico. Si può per esempio lavorare sulla pericolosità, diminuendola, anche grazie a delle opportune e costanti migliorie della gestione idrografica. Si possono ridurre gli elementi a rischio, anche spostandoli (quindi gli edifici, i beni culturali) anche se è un’azione già più complessa, specie per gli antichi centri abitati o quelli che negli ultimi 60 anni hanno conosciuto un enorme abusivismo edilizio. E si può lavorare sulla loro vulnerabilità, intervenendo sulle strutture in modo che siano in grado di resistere senza subire danni ingenti a determinati eventi naturali.

Ecco le case prefabbricate in legno

E qui rientrano in gioco le case prefabbricate in legno, tipologia di abitazione su cui il governo dovrebbe continuare a puntare, incentivandone l’acquisto. Non fraintendiamoci: anche queste abitazioni se non vengono realizzate bene risentono di infiltrazioni d’acqua e quindi si danneggerebbero. Qui si parla di case prefabbricate in legno ben progettate, controllate e perfezionate nei minimi dettagli che quindi hanno le stesse probabilità di essere danneggiate di case in muratura fatte con gli stessi ottimi criteri. E anche i costi di riparazione sono paragonabili, se non minori di quelli delle case tradizionali.

Nelle case prefabbricate in legno le parti più a rischio sono i rivestimenti, e possono esserlo anche i pannelli isolanti e/o i cartongessi qualora si verificassero delle infiltrazioni. Quello che conta è, però, la struttura portante, la quale soprattutto se realizzata con la moderna tecnica X-Lam rimane praticamente intatta, garantendo la salvaguardia dell’edificio intero e la possibilità di ripararlo laddove è danneggiato molto velocemente ed efficacemente.

Chiaramente la differenza con le case in muratura non sussiste in caso di frane molto importanti e disastrose. Guardando però ai piccoli cedimenti e ai piccoli spostamenti, si nota come la resistenza e la tenuta delle case in legno sia migliore e maggiore in quanto la struttura, realizzata attaccata al basamento, è molto più elastica del cemento, e quindi assicura una grande stabilità e protezione dalle crepe e dai crolli improvvisi.

Moniti per il futuro

Quindi, dal momento che molto spesso gli esponenti politici si impegnano più a parlare che ad agire, è meglio operare nel proprio piccolo cercando trovare abitazioni con elevati standard di qualità volti a diminuire e non di poco l’impatto ambientale. Il nostro paese ha infatti un grande rischio idrogeologico dovuto ai tanti, troppi errori del passato e del presente per quanto riguarda la pianificazione idrografica e la costruzione di edifici sia ad uso residenziale che ad uso commerciale o industriale, sorti in zone molto pericolose e ora senza interventi di ristrutturazione che ne diminuiscano la vulnerabilità.

Abbiamo visto che le case prefabbricate in legno non sono esenti dal subire danni da alluvioni e frane, ma quantomeno quelle ben realizzate (che cercano di essere la norma grazie ad aziende serie e professionali) sono più sicure per chi le abita e dal momento che sono più rispettose dell’ambiente, se unite a migliori gestioni del territorio e dell’edilizia, contribuirebbero davvero alla riduzione del rischio idrogeologico italiano.