Le vele di Scampia

La storia di questo progetto, le Vele di Scampia, sorto nella difficile periferia napoletana, è molto travagliata e vede la sua conclusione proprio in questi mesi, in cui è prevista la loro demolizione. Un esempio di edilizia da non ripetere, e che segna la storia che il settore non dovrebbe (e si spera non vorrebbe) più ripetere.

Le case del popolo

In questo mese di Marzo è prevista la demolizione di un altro edificio del complesso comunemente noto come Vele di Scampia, sito a Scampia nella periferia metropolitana della citta di Napoli.

Un complesso nato per permettere a tantissime famiglie (si parla di centinaia) di integrarsi e di creare una comunità, ma oggi dopo una lunghissima lista di eventi negativi le Vele sono in stato di degrado e sono sede di spacciatori e altri delinquenti, sia “indipendenti” che parte della criminalità organizzata, mescolati a famiglie che non riescono a trovare una collocazione nella società.

Per questo l’unica soluzione possibile trovata è quella del loro definitivo abbattimento. Ma qual è la storia di questo complesso abitativo? Vediamola subito.

Le Vele di Scampia furono costruite in circa 13 anni, ovvero dal 1962 al 1975 e sono (ma sarebbe meglio dire “erano”) un complesso di sette palazzine a forma di vela sorte proprio a Scampia, un sobborgo di Napoli.

L’insieme edilizio è un progetto di Franz di Salvo, e originariamente era inserito in un ben più grande piano di sviluppo riservato alla metropoli partenopea (che però non si è mai compiuto).

Di Salvo, infatti, era abituato a realizzare progetti di edilizia popolare, che infatti aveva già fatto una ventina di anni addietro, nel 1945, con il Rione Cesare Battisti, sempre nel napoletano ma in questo caso a Poggioreale.

Con Le Vele di Scampia, un progetto commissionato dalla Cassa del Mezzogiorno, Di Salvo voleva rappresentare il maggiore complesso di edilizia popolare nel meridione italiano. Le Vele furono costruite in un’area che comprendeva due lotti adiacenti, il lotto M (dove sorsero gli edifici A, B, C, D) e il lotto L (comprendente i rimanenti edifici F, G e H).

Dal 2003, dopo la demolizione di 3 dei 7 edifici, la denominazione delle 4 vele rimaste cambiò in Vela Rossa, Vela Celeste, Vela Verde e Vela Gialla.

A livello strutturale, una Vela è fatta di due corpi lamellari inclinati, i quali sono divisi da un grosso “buco” centrale in cui sono inseriti dei lunghi ballatoi sospesi ad unire le due parti del singolo edificio.

Di Salvo aveva progettato due tipi di edifici, uno a torre e l’altro a tenda. Il secondo è quello predominante, che ha dato l’immagine al complesso e vede appunto l’accostamento dei due corpi di fabbrica appena descritto.

Come accennato, il progetto era molto ambizioso: doveva essere la massima espressione dell’edilizia a sostegno del popolo, un centro di aggregazione e condivisione delle famiglie collegato alla metropoli da tante e grandi strade, e dotato di grandi spazi verdi.

La storia è andata però diversamente: da una parte l’abusivismo edilizio, dall’altra la negligenza e il non controllo della polizia hanno trasformato il quartiere in uno dei ghetti più pericolosi d’Italia e d’Europa, mettendolo direttamente nelle mani della criminalità organizzata.

Infatti, nel Novembre del 1980 avvenne il famoso terremoto in Irpinia, che sconvolse tutta la Campania e in particolare Napoli, e che vide un aumento vertiginoso e preoccupante del bisogno di abitazioni economiche.

Per questo le vele di Scampia furono ampliate, con la realizzazione del 23% di abitazioni in più rispetto a quello che prevedeva Di Salvo, andando a sacrificare i servizi e gli spazi comuni.

Non solo: per ridurre i costi del complesso, la struttura fu stravolta e completamente modificata. Le passerelle, che nel progetto dovevano essere leggere e poco invasive, furono fatte completamente in cemento. Inoltre, fu ridotto lo spazio tra i due moduli del singolo edificio che si rivelò essere di appena 7,2 metri: di conseguenza gli spazi interni divennero molto bui e malsani.

Ma la gestione architettonica, pur gestita male, non è niente se confrontata con la gestione politica. Il terremoto, infatti, rese urgente il ricollocamento di molte famiglie, e le istituzioni non si sprecarono a cercare ad un luogo serio, mandandone tante (specie a basso reddito) proprio alle Vele, in edifici non ancora ultimate.

Edifici che al loro interno sono stracolmi di muffa per l’umidità, dal momento che la luce non entra nelle stanze che si affacciano sui cortili interni (proprio per il ridimensionamento di tale spazio detto sopra).

Per non parlare delle condizioni delle tubature, da sempre pessime e oggi ancora di più. Inoltre, non è presente l’ascensore, e stiamo parlando di palazzine alte 16 piani. Tutto questo porta a condizioni di vita molto basse, peggiorate dalla mancanza di manutenzione e dalla lontananza delle istituzioni.

Demolizione

La prima vela ad essere demolita fu la Vela F, nel 1998 usando delle ruspe. Due anni dopo, nel 200, toccò alla vela G. La terza vela ad essere stata demolita è la Vela H, nel 2003, dopo un ripensamento iniziale che ne voleva la riqualificazione.

Oggi ci sono gli ultimi 4 edifici, tre dei quali verranno demoliti da qui ai prossimi anni (il primo, appunto, questo mese). L’ultimo edificio a rimanere verrà riqualificato. In particolare, l’edificio che verrà demolito questo mese, la Vela Celeste, vede ancora la presenza di 20 famiglie che naturalmente vanno ricollocate in nuovi alloggi sociali.

Il Comune ha chiesto allo Stato, ottenendoli, 18 milioni di Euro per procedere con l’intervento di riqualifica del quartiere delle vecchie Vele. Un’opera che rientra nel Patto di Napoli, ovvero una delibera da 308 milioni di euro che l’Italia ha stanziato al fine di una rigenerazione urbana della metropoli partenopea.

Quello che resta del complesso è il fallimento di un progetto nato da grandi e nobili ideali, un concetto di condivisione e riqualificazione che non è mai avvenuto e che, anzi, è andato nella direzione opposta.

Restano anni di abusi, di violenze e soprusi, i quali altro non hanno fatto che peggiorare la reputazione di Napoli. E restano le persone, coloro che hanno vissuto in questi edifici, e che ancora ci vivono, combattendo per una vita dignitosa e per un’educazione al giusto e al bello.

Insomma, resta tutto ciò che viene continuamente raccontato da libri e film come Gomorra, o serie TV come Suburra.

Una macchina da abitare

Quanto detto sconvolge se pensiamo che il progetto delle vele avrebbe dovuto seguire le più moderne e avanzate teorie urbanistiche, in maniera da sopperire alla mancanza di abitazioni popolari e da migliorare la qualità generale della vita.

Le vele, come detto realizzate tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, erano pensate secondo il concetto della macchina da abitare teorizzato da Le Corbusier e portato avanti per la prima volta nella storia nella francese Marsiglia, nel 1952, tramite la realizzazione dell’Unitè d’Habitation.

Con questo complesso, Le Corbusier aveva pensato ad ogni abitazione come una cellula parte di un organismo più grande: era il pensiero della città verticale. Allo stesso modo, Di Salvo, chiamato ad occuparsi del complesso di Scampia, voleva delle abitazioni con stanze da 3,60×7,20 e in totale case da tre a 5 stanze in base al numero di inquilini.

Edifici, poi, orientati lungo l’asse nord-sud al fine di ottimizzare la ventilazione naturale e la luce diurna, aiutato dalla divisione dei due blocchi paralleli uniti dalle passerelle. Qualcosa di estremamente innovativo, perché stiamo parlando degli anni Sessanta, periodo in cui questo concetto non era così scontato.