Tutte le fake news sulla bioedilizia

Ad ognuno il suo! Un concetto che riguarda anche le fake news, falsi miti, stereotipi, dicerie comuni che colpiscono ogni settore, compreso quello della bioedilizia. Le dicerie – fortunatamente sempre più contestate – la vedono brutta, costosa, e poco sicura. In realtà non è così. Siete curiosi di sapere quali altri vostri dubbi sono infondati? Allora vediamoli tutti.

La fama attira anche dei nemici

Questo decennio ha definitivamente lanciato il concetto di bioedilizia e green building, e oggi tutti ne hanno sentito parlare almeno una volta,  più o meno consapevoli di ciò che stavano ascoltando.

L’architettura sostenibile è volta a divenire un modo di costruire standard, tradizionale, conosciuto e praticato da chiunque. La strada verso il successo totale è, però, ancora molto lunga.

Se è vero che sono stati fatti tantissimi ed enormi passi in avanti, specie nell’entrata nella coscienza delle persone, comunque ci sono ancora diversi problemi. Si sa che sono gli edifici a consumare la maggior parte di energia a livello globale, ma se guardiamo nel dettaglio ad oggi gli edifici davvero considerabili green rappresentano appena l’un percento delle nuove realizzazioni negli Stati Uniti.

Come mai questo dato, se abbiamo appena detto che tutti i vantaggi della bioedilizia sono conosciuti dai più, almeno nella società Occidentale? A frenare la sua scalata sociale ci sono dubbi e luoghi comuni, che limitano le persone dal buttarsi davvero in questa tipologia di edilizia.

Alcuni, infatti credono che la bioedilizia sia eccessivamente dispendiosa, altri che i protocolli siano troppo difficili, e altri ancora che dicono che un edificio green sia brutto, perché il design viene sacrificato.

Fortunatamente entra in gioco Lance Hosey, esperto nel costruire green e nel Leed Fellow che ha pubblicato sull’Huffington Post un articolo per smentire ogni luogo comune falso e infondato sulle green buildings. Stereotipi che a suo dire dipendono dalla mal interpretazione del termine sostenibilità.

Quindi, vediamo tutti i luoghi comuni trovati da Hosey e come si possono facilmente smentire.

C’entra l’ambientalismo

È vero che la bioedilizia e il concetto di sostenibilità si pongono l’obiettivo di ridurre a zero o comunque il più possibile l’impatto ambientale delle costruzioni. Ma è anche vero che non si può semplificare tutto, liquidandolo come l’ennesima rottura degli ambientalismi estremi.

Infatti, guardando il concetto di sostenibilità nella sua definizione originaria (sempre applicata all’edilizia, s’intende), vediamo che integra tre elementi fondamentali: economia, società e ambiente.

Appare chiaro che con la sostenibilità edilizia non ci guadagna solo l’ambiente o, se vogliamo vederla così, dobbiamo considerare che dell’ambiente facciamo parte anche noi e la nostra società.

Non pura e stretta ecologia, ma sviluppo di una società e di un concetto decisamente più complessi.

Sostenibilità = pannelli solari?

No, anche se molti architetti in primis – che si sono formati senza l’approfondimento sulla sostenibilità edilizia, magari perché ancora non implementato nelle Università – tendono a credere che progettare in maniera ecologica voglia dire piazzare pannelli solari o qualche turbina eolica. E questo sull’onda di alcuni saggi che vedono come soluzione al riscaldamento globale l’implementazione di tecnologie più intelligenti per sostituire quelle più obsolete.

Non fraintendiamoci: questo in parte è vero, ma anche in questo caso si tratta di una visione parziale e semplificata. Effettivamente, le tecnologie di ultima generazione sono importantissime e irrinunciabili. Tuttavia, sostenibilità non è confinata al concetto di sistema o strumento. Deve essere vista come una mentalità, una visione generale e un modo nuovo di vivere e rapportarsi con la natura.

Costa troppo

Il luogo comune più diffuso è però quello legato ai costi, che vengono considerati inaccessibili, troppo alti e quindi fanno credere alle persone che la bioedilizia sia l’ennesima “roba da ricchi”, un po’ come attualmente avviene per le vetture elettriche.

E non stiamo esagerando: un sondaggio del 2008 rivela che su 700 professionisti, l’80% ha considerato tra i maggiori ostacoli della progettazione gli ingenti costi di investimento. E se è vero che sono passati 11 anni da questo sondaggio, e che probabilmente la percentuale è scesa, si tratta comunque di una diceria ancora piuttosto diffusa.

Progetti come il (meraviglioso, certo) costosissimo Bosco Verticale non aiutano a sfatare questo mito, però bisogna considerare che il surplus di prezzo di un progetto Leed ammonta a solo il 2% rispetto ad un edificio “normale” e che poi viene ripagato, visti i benefici a lungo termine che consentono un risparmio 10 volte superiore.

Oggi magari queste differenze nei costi iniziali possono essere un po’ aumentate, però i vantaggi ci sono, rimangono e sono incontestabili. Pensiamo ad un edificio pubblico come il San Francisco Federal Building, che ha fatto risparmiare 11 miliardi di dollari sui consumi energetici e solo grazie al raffrescamento meccanico. E questo edificio, va precisato, è costato meno rispetto alla media di circa il 14%.

Ci vuole tanto a progettare

Sempre gli architetti lamentano che la bioedilizia sia lunga nella progettazione, a causa della ricerca di prodotti alternativi, sistemi green, analisi del funzionamento che poi portano a molte ore di lavoro che, naturalmente, vorrebbero evitarsi.

Tuttavia, anche in questo caso è un pensiero infondato: mettendo in atto la progettazione integrata prevista dalla progettazione sostenibile, di tempo se ne risparmierebbe eccome. Come abbiamo detto, il termine sostenibilità riguarda anche l’economia, per cui è fondamentale che si risparmi tempo (e denaro) in fase di progettazione, ottimizzando ogni risorsa.

L’architettura non ne fa parte

Molti architetti anche famosi, come Peter Eisenman che ha vinto il National Design Award, respingono il concetto di sostenibilità slegandolo dall’architettura e “incolpando”, diciamo, altri.

Credenza comune è infatti che l’efficienza di un edificio sia appannaggio dei sistemi installati, ma ciò ovviamente non è così. La forma dell’edificio, le scelte di design, l’arredamento condizionano la resa finale, sia nella comodità sia nelle prestazioni. Infatti, la stima vuole che quasi il 90% dell’impatto dell’edificio venga determinato dai primi passi della progettazione.

Il consiglio per le archistar (escludiamo il nostro Renzo Piano che non ne ha bisogno, essendo molto attivo in tal senso) è di riconsiderare la loro idea sul concetto di sostenibilità.

È brutta

L’ultimo stereotipo riguarda il lato estetico. Sempre Peter Eisenman dice che, secondo lui, gli edifici più brutti esistenti sono realizzati in bioedilizia. Altri credono e dicono apertamente che la sostenibilità dovrebbe lasciar perdere il concetto di stile e design, con cui non avrebbe nulla a che vedere.

Insomma, nel settore si tende a vedere la bioedilizia come funzionale ma non bello, quindi allontanano ponendole su linee parallele che non si toccano mai i termini etica ed estetica.

Ci troviamo nuovamente di fronte ad un’idea superficiale e sbagliata, e si ritorna al solito punto: la sostenibilità non è legata solamente alla tecnologia e ai sistemi, non è qualcosa solamente di meccanico ma è prima di tutto una “filosofia”, un concetto empatico.

Come detto, infatti, la sostenibilità ha degli obiettivi ambientali, sociali ed economici che non potrebbe mai raggiungere se fosse brutta e asettica. Perché una cosa diventa davvero sostenibile solo quando viene accolta dalla società e dal territorio, e quindi per renderlo possibile bisogna puntare al cuore e ai gusti delle persone.

Proprio per questo motivo, il design è per forza di cose parte integrante della sostenibilità.